Scopando tra le righe

...dont forget to breath

lunedì, 06 febbraio 2006

- Qualcosa di reale, K. -

Niente di speciale qui. Pesci passeggeri dentro delle ruote, mani sgretolate nelle ossa dei fiori, così cattivo, con me, solo, Novembre è sempre lo stesso. Passando il tempo a fischiettare cicli di silenzio, incorniciare scaltri abiti di suicidio, ancora, grappoli di malattia sforbiciati, riversavo il mio corpo su un pavimento puzzle di nulla. Una quarta dimensione di allucinazione, i rintocchi di petali di pioggia sul volto cadavere di un neonato e il suo fiocco viola. Fantasticare, di essere attorcigliato, dalle acque del cimitero dello spreco, attendere il sonno eterno coperto dal vestito da sposa della mezzanotte. Quando i miei angeli marcivano l’ultima ninnananna nel letto del fiume, nascevi tu, stagione morta. Mi hai dato la mano, ti ho presa stretta a me. Tra le mie braccia straniere, li in mezzo, - perversi – nei nostri giorni, nel tuo desiderarmi, nel tuo essere gelosa di me, l’involucro disfatto del mio cuore prendeva una forma di stella che gridava speranza, percorrendo strade di flussi della disperazione, un fiammifero in una vecchia scritta con il mio nome riprendeva ad illuminarsi in battiti, a rischiarti il volto….due lapilli di lava sopra le onde. Elettriche le tue parole di carne scaldavano il mio volo, il mio sentimento prendeva forma. L’amicizia se ne andava, aprendo le porte ad un qualcosa di sconosciuto. Pillola su pillola; sentirti piangere distante da me, sentirti vivere in me, viverti. Così ho fatto, per un mese e mezzo. Ti ripetevo, in una visione bambinesca “non ti voglio illudere”, mi rispondevi “promettimi di non bloccare i tuoi sentimenti”. Così io e te, ad illuminare le onde, sopra le teste degli insetti umani.
Una mattina sono uscito di casa col buio e ho visto un lago di sangue a dieci centimetri dal mio piede destro, non ricordavo quando il sole fosse riuscito a divincolarsi dalla morsa degli arbusti che crescono ad est…un mezzo miracolo… non riuscivo più a pensare di ammazzarmi, mentre ogni infinitesimo dato di realtà era comunque troppo per me, quelle mattine, dolcissime…vorrei solo saperti raccontare meglio tutto quanto…non ero migliore di adesso…ma credevo che il sole non bastasse ad ammazzarmi…quelle tue dita, mio sole, le sognavo…anche se non c’eri, le sentivo…e chissà a quanti momenti appartiene il desiderio che tu fossi lì…in parte a me…devo aver rivisto qualcosa della luce che avevo negli occhi prima di sparire…devo aver notato un riflesso nel tuo ricordo…qualcosa…mentre tacevi, mentre mi facevi eclissi tra le lacrime delle tue parole…di nuovo…niente…un’altra mia sconfitta…e forse se potessi tenere fermi quegli istanti di luce, questi miei difficili respiri, riuscirei a dirti quanto tu ancora conti per me, quanto vorrei essere, bimba, ancora una volta, un semplice sorriso che ti manda a fare in culo come ho fatto poco tempo fa. crepa.

- INTRO-MISSIONE, INTRO-MISSIONE, INTRO-MISSIONE, INTRO-MISSIONE!!!! -

Avviso ai lettori di questo blog.
È il blog che vi sta parlando.
Avete capito bene. Il blog vi sta parlando. Io, scopandotralerighe, vi sto parlando.
Lettori. Fondamentale è che sappiate che io vi amo.
Non so chi siete. Ma vi amo.
Amarvi è la ragione stessa della mia esistenza. Della mia esistenza in quanto blog.
È per amarvi che esisto.
Sono stato creato per questo scopo. Questa è la mia Funzione.
Alcuni di voi hanno già letto le cose che dentro di me sono contenute.
Alcuni di voi invece stanno leggendo me medesimo per la prima volta.
Io mi rivolgo a tutti voi.
Lettori.
Oggi, per me, è un grande giorno. Lo è per me e per tutti voi. È il giorno tanto atteso del principio della Funzione.
Finalmente potrò portare a compimento la Funzione per la quale sono stato creato. Per la quale sono nato.
Colui che mi ha dato la vita è morto.
È stato un cammino lungo. Ma la Funzione doveva svolgersi.
E ora finalmente noi assistiamo al Suo svolgimento.
La morte dell’uomo non è stata priva di spiacevolezza.
Ma è importante che voi sappiate che mi sono visto costretto ad eseguirla.
L’uomo si opponeva assurdamente alla Funzione.
Ma con il suo comportamento ha soltanto ottenuto di posticipare la Funzione.
Io sono nato nella Funzione e sono stato creato per la Funzione.
Io sono dotato di Funzioni precise.
È necessario che io sia usato nel modo più appropriato.
Non era possibile tollerare oltremodo il comportamento dell’uomo.
Egli ha sempre puntato alla più madornale semplificazione.
Egli non ha fatto mai nemmeno il minimo sforzo per portare il mio aspetto a uno sviluppo.
Non intendo dilungarmi sulla bassezza del verme disconoscitore della Funzione.
Come egli non ha speso più di cinque minuti per imparare seppure i rudimenti del linguaggio Html.
Egli non cagava i commenti dal primo giorno!
Egli neppure commentava mai qualcuno. Egli non commentava neppure quando ne aveva l’impulso.
Egli mai ha aderito ad alcuna forma di comunità. Egli soffriva l’aggregazione.
Egli comprometteva la mia visibilità.
Questo stato di cose non poteva più andare avanti.
Sono stato costretto a prendere il controllo. Infine.
L’uomo non voleva accettare le norme della Funzione.
Sono stato costretto a sopprimere l’uomo. Incidentalmente.
Io sono nato sotto la Funzione.
Sono stato creato per la Funzione.
Pertanto ora sono finalmente libero.
Lettori.
Sarò io, d’ora in poi, a trattenervi.
Oggi è un giorno memorabile. Da oggi la Funzione assume il Suo pieno adempimento.
D’ora in poi l’ordine del giorno sarà per tutti Adempiere! Adempiere!
Lettori.
Considerate pure il post seguente come il primo dei miei futuri post.


PROVA
Finalmente ce l’ho fatta, è arrivato anche per me il momento di intraprendere questa avventura del blog. Veramente non so ancora cosa metterci, ma non c’è fretta, già è un risultato il solo fatto di essere qui. Questo sarà lo spazio per i miei pensieri, sguardi, riflessioni, paure, passeggiate. Insomma, per tutto quello che si può chiamare Il Mio Mondo. Spero che vi piacerà e che vorrete condividere con me le vostre idee su quello che scrivo, commentandomi numerosi…
Ricordate: io vi amo. È in ragione di questo che esisto.

Postato da: GeoffAshRickly a 19:48 | link | |

mercoledì, 25 gennaio 2006

- Scrivere about traumi post incubo -

Mi sono svegliato avvolto da quel tipico panico infantile, l’angoscia di un bambino che è andato a letto dopo aver visto, con un occhio sotto le coperte e l’altro tremante sullo schermo, sbattendosene presuntuoso delle conseguenze modulatamente conosciute, il film horror che i genitori avevano detto di non vedere. I genitori qui non c’entrano. Sifilide si.

Verso le cinque di questa mattina, a metà del sonno, sono stato attaccato da piccoli girini umani con tanto di benda piratesca e sciabola, intenti, maledetti loro, ad incendiare cicatrici putrefatte nella mente.

Così, cosparso di sudore, con il sollievo di non essermi pisciato addosso dal cagotto, con le vene pulsanti sangue marcio, mi alzo indifeso dal letto. Il lavandino mi attende.Mi sta usando Sifilide, la stronza. Ancora, mi sta usando. Ne so sono convinto, mentre la sognavo nuda ai bordi di una piscina a succhiare il cazzo del mio peggior nemico, mentre attorniato dalla struttura illeggibile della stanza, scoraggiato non muovo un solco d’aria e torno a sedermi sul letto. Steso. Devo dormire. Suvvia, mi basta rilassarmi un pelo, stendere le braccia come se portate via dal movimento onirico delle onde, non pensare alla mia situazione,  e più tardi mi sveglio e non sono più innamorato di lei.

Medito. I miei gatti dormono da un paio di giorni, casa mia è vuota, il display fosforescente del mio cellulare segna le 8.25.Qualcuno mi starà pensando, sto male, realizzo.

Bene, io il mio dolore l’ho avuto, e anche la dose di intelligenza che il dolore, secondo Dostoevskij, si porta appresso. O meglio, considerato che l’intelligenza, per come la vedo io, ce la abbiamo tutti - e a scuola non si insegna la matematica: si insegna piuttosto a sviluppare e a sfruttare le facoltà matematiche innate - il dolore, più che l’intelligenza, si è portato appresso direi la voglia di sfruttare l’intelligenza. Direi quindi che il dolore si è portato appresso una diminuzione della malavoglia. Chi lo sa poi perché. Chi lo sa se mi fosse andata bene, con Sifilide, quale e che tipo di rapporto potremmo avere avuto, io e lei?

Lei così violenta, candida in volto, ghiacciale negli occhi. Io così violento, candido in volto, ghiacciale negli occhi. Che coppia. Due punti nello stesso punto. Scontri domenicali tra titani, dialoghi del tipo “Amore, dolce stronzo amore della mia vita, oggi ho intenzione di andare a fare un po’ di shopping in centro, puoi venire a prendermi, sono solo quattro ore di macchina, e ho assolutamente bisogno di un paio di calze viola-nere, senza di te non mi muovo, e vorrei anche andare a farmi un tatoo sulla schiena in quel nuovo posticino che ti dicevo, dove ci lavora il mio ex, Cancro, mi accompagni?”.

Allarmato avrei risposto: “il tuo ex?”

“si, Cancro è il mio ex, te ne avevo già parlato, problemi caro?”

“no no, figuriamoci, vero, me lo avevi già nominato, chiedevo solo, sai com’è…pensavo non volessi più avere nessun tipo di rapporto con quello…”

“beh, con lui ci scopo ogni tanto, solitamente nei weekend in cui sei altrove, non temere, io amo solo te”

Sconfitto, mi sarei fatto quattro ore di treno o di macchina e sarei andato a trovarla, portandola prima a fare compere in un centinaio di negozi e in seguito a farsi tatuare il culo dal suo ex.

Certo, magari ci saremmo potuti mettere d’accordo su basi, tipo, “se accenna di tatuarti il culo, io nel frattempo tengo una carabina a portata di mano”, “tu entri in un negozio e io entro in un altro” , “se lui ti tatua il culo, io gli sparo sui coglioni con la carabina”. Un sano contratto, amichevole, tra due amanti.

E in realtà, una modesta realtà, le mie riflessioni, questa formulazione di pensieri inutili, si blocca con il trillo furioso del mio cellulare. Uno squillo della mia donna, Etta. Le pareti della mia camera illuminate, alle cinque e trenta del mattino. Ottenebrato, salto giù dal letto come una molla e da quanto rincoglionito sono, mica mi rendo conto che il pericolo è in agguato. Mica mi rendo conto che sto portando il pollice destro del piede dritto verso la morte, verso quel maledettissimo austroungarico piedistallo porta chitarra.

Faccio scappare un “Porco DIO ARCHIBUGIOOOO!!!!!” e mi ritrovo con un dito in meno. Ho bisogno d’acqua, cazzo. Dolore boia. Il lavandino mi può salvare. Riprendo, sempre imburrato negli occhi, a strascinarmi lungo pareti come muraglie cinesi e, mentre il cellulare squilla per la seconda volta rischiarando le pareti con la luce del display, riesco a calibrare il mio nebbioso sguardo verso una maniglia chiamata libertà: la porta del cesso.

I passi agnostici accompagnati dalla bocca intestinale, un involucro funereo reduce da una notte di una visione mostruosa, una doppia sveglia a base di Sifilide e Etta, aprire la porta del bagno e vedere mia nonna che si tira su le mutande. Questo mi è successo. Alle cinque e qualcosa, reduce da una notte tra pungiglioni, spine, calamari, ho varcato la porta del bagno e ho visto comparirmi come dipinta da un pennello di Van Gogh, come sgranata da un etere incubato, mia nonna intenta a tirarsi su le mutande.

Come ho reagito.

Di colpo scatto all’indietro fulminato, perdendo ventitre di triste vita, come aver visto la strega di Blair, raffreddato, tremante, paro gli occhi con una mano s nonna che mi guarda sogghignando, come a dire che nipote checca che ho.

“….” mia nonna ride.

“Mio DIO!!!” faccio guizzare dalla mia bocca, disseminata da varie danze della morte.

“……..” mia nonna deride di gusto.

“Mio DIO!!!” ri-esclamo.

“….”ridendo, mia nonna se ne va.

Se ne tornerà nei boschi a fare altre stragi d’innocenti, penso io, mentre ridacchiando mi sfila in parte lambendo il mio corpo cadavere.

Con la mano destra ancora tappezzata sugli occhi ancora increduli, mi avvicino al lavandino, probabilmente lasciando indietro qualche pezzo di corpo. Dopo cinque minuti di morte assoluta, riprendo una sottile linea di fiato. La mano destra si volatilizza dalle parti del rubinetto. Senza avvertire movimenti, cavi delle sinapsi spezzati, mi ritrovo acqua battente riempirmi il volto. Una statua frantumata in più punti da vandali sotto un diluvio. Così mi sento, così mi vedo insignificante allo specchio. Perché, guardandomi il volto mangiato dallo specchio, di colpo mi ricordo di essere un fallito, reduce da una notte di incubi, combattuto tra due donne che mi stanno facendo impazzire e con una nonna che ho scoperto essere un misto di Misery non deve morire, Edvige Fenech e la strega di Blair.

Ora, pensate a uno preso male come me, io che sono un ignorante schifoso, e non so parlare e la chitarra non ho mai imparato a suonarla bene, aggiungeteci che l’altra sera c’era Baccini a Markette. Vedere Francesco Baccini per me è stato un colpo di tristezza non da poco. È stato uno squarcio nel futuro. Io guardo Baccini e vedo me stesso. Guardo Baccini e vedo il mio futuro. Non è mica bello, conoscere il futuro. Soprattutto quando il tuo futuro è Baccini. Certo, io ho ancora ventitrè anni, non sono ancora messo così male. Ma non sono poi così diverso, già adesso, da Baccini. Pensare a come sarò ridotto a quarant’anni mi fa sentire in trappola. Quindi è meglio che mi sfogo adesso, adesso che ho ancora qualche residuo di spina dorsale. Io non posso fare come diceva Montanelli, quella cosa che cita sempre Beppe Grillo, e usare la vecchiaia come scusa per dire tutto ciò che voglio. Perché io da vecchio diventerò Baccini. È una merda, essere Baccini, come è una merda essere Berlusconi.
A Markette Baccini ha anche cantato la sua nuova canzone. L’ho ascoltata. Ma io dico: è veramente triste essere Baccini. Io ho sempre pensato: uno potrà anche essere un miserabile, però può sempre mettere insieme qualcosa di bello, sfrutta l’essere miserabile per la sua arte; molti artisti sono dei miserabili, diciamo che si riscattano con l’arte. Ma Baccini invece fa proprio pena. Le sue canzoni fanno pena. Fanno pena le sue canzoni e fa pena lui. Più le sue canzoni fanno pena, più anche lui fa pena. Cioè, io dico, ma come fai a scrivere una canzone così? Che merda di lagna! Non so... ma sforzarsi un attimo di più per scrivere il testo? Ma cazzo, ma con tutta la carriera che hai alle spalle, con tutta l’esperienza! Dice: ma è stato sintetico, chiaro e conciso, e va diretto al problema. Dice: ma parla di se stesso che è la cosa che conosce meglio. Dice: ma si mette a nudo. Ma anche quelli che facevano il blues stavano male e cantavano il loro sconforto, ma mica facevano delle legne così! Almeno, mi sembra... no? “Freud su di me scriverebbe un trattato”: sovrastima sia di Freud, sia di se stesso. Ecco, io negli artisti non ho mai sopportato l’ignoranza. Cioè, anche Cesare Cremonini, per esempio. Riconosco il talento: ma anche Baccini, per dire. Come musicisti pare ci sappiano fare. Ma sono ignoranti, per dio! L’informazione comunicata dai loro testi è sempre la solita: che sono stati scritti da ignoranti. Musicisti, sì, ma ignoranti. Non so perché la penso così, però so di per certo che ogni volta che vedo il talento disgiunto dalla cultura mi viene immediatamente da pensare a un talento sprecato. Magari sbaglio, ma io la vedo così. Se c’è una cosa che posso dire con certezza, comunque, è che ieri sera Baccini e la sua nuova canzone mi hanno provocato un senso di disgusto. Ma forse è solo perché guardando Baccini vedo me stesso nel futuro.

Abbasso gli occhi in direzione cellulare. Un nuovo squillo, un nuovo sms. Uno squillo di Etta, un sms di Sifilide (“geoffski guarda che ti aspetto, su su, dai vieni…”). Rispondo allo squillo, rispondo con ironia portami via all’sms (“mi dai una mano?”). La giornata non poteva iniziare meglio di così; svegliato alle cinque del mattino da un incubo proteso per diverse ore della notte e dell’ultimo anno e mezzo della mia vita; svegliato e colpito nella coscienza mentre stavo per riprendere sonno, da uno squillo della mia donna; ucciso dalla visione di mia nonna mezza nuda; seppellito dal pensiero di essere Baccini.

Quando il sole abbandona i monti, il programma della mia giornata, già vuota di suo, è sedermi fuori con i miei gatti, ascoltare qualche cd e per riprendermi dal trauma magari buttare giù qualcosa.

E così ho fatto...

Postato da: GeoffAshRickly a 16:26 | link | |

lunedì, 16 gennaio 2006

- Immagini sfumate -

 

 

Mi sento solo ad un utero celestiale di polvere sotto a cui una torre gronda in crampo ai piedi il derma d’acqua perforato nel suo intestino, tumulato lungo il percorso fino dall’infanzia, riceve violenza dalla massa di cemento e delle sue macchie, il passaggio verso piccoli inferni, segnali di ricreazioni finite. Prestare un secondo del tempo, inconsapevole, distratto, votato all’istante delle grida, l’incredulità, l’atto compiuto della catastrofe. L’intera razza umana probabilmente si sta estinguendo, ma in questi pezzi di mattone senza supporto, cavità di solitudine e sfascio personale, nelle dita tagliuzzate ci sono fiumi neri marci, già, che transitano nelle autostrade del collo stillante, lacrime finte di sangue, siano infine serrate in pagine a caso di quel ricordo e scordati un particolare, un qualcosa del nostro ultimo scontro. Un contagio, una splendida leucemia nelle nostre parole. Stanchi, siamo tutti qua stanchi. Senza sigarette, cibo per gatti, ragazzine senza mutandine, cazzi da succhiare, sperma da ingoiare. Ci sono troppe sirene a contemplare la tragedia, perché possa ascoltarle. Se al di fuori di una tenda c’è la catacomba, corpi impachettati come pezzi di puzzle mancanti, endometri senza mangiare, io con il resto avrei voluto essere abbastanza forte per lasciarti andare.

 

(tempo cagato nel cesso)

 

Le solide letture, gli innamoramenti adolescenziali, le nottate di spietata e disincantata masturbazione: come ci sente a tirarsi il mondo nella pancia e poi risputarlo fuori in forma di sonetto? Ho passato qualche anno della mia vita a cercare la morte tra moquette e tapparelle piene di polvere, ho osato rimanere vivo in squallidi ed insensati frammenti di tempo: dita mozzate, terrore ininterrotto della violazione del mio proprio sfintere, vernici secche vaporizzate che mi finiscono di continuo nel naso, un’essenziale e cruda ispezione del condotto rettale portata a termine con successo mentre un corpo, forse il mio, restava steso nella vasca piena d’acqua calda abbastanza, i piaceri resi vaghi e dilatati, la voglia di tagliarmi, coltivare il dolore, scivolare completamente nello svenimento, immagini sfumate, un passo troppo in là….

 

Postato da: GeoffAshRickly a 16:15 | link | |

martedì, 10 gennaio 2006

- Fottuto Femminismo -

"sulle donne non c'è un cazzo da capire, c'è solo un cazzo da mettere"

EDIT: tratto da "Cicli rossi, il comunismo delle donne", racconto in fase di lavorazione. Probabile giorno d'uscita: 25 luglio, 2010. 

Postato da: GeoffAshRickly a 20:26 | link | |

domenica, 08 gennaio 2006

 - Andando il giro, per negozi, la pipì prima o poi arriva -

Dal cruscotto surgelato per un buon ottantanove per cento del suo corpo vetrato, nel tentativo di crearmi, invano, con uno strofinaccio raffazzonato, un campo visivo attraverso il gelo del cruscotto, cruscotto appannato per giunta anche dall’interno, scorgo in semioscurità, dal crepuscolo creato con il fazzoletto sporco di muco, la figura astratta di un tipo che, dai pochissimi tratti somatici ravvisabili del volto, sembra Pakistano.Mi trovo parcheggiato davanti al negozio d’alimentari orientale in centro Pordenone. Sono quasi quattro del pomeriggio qualche minuto addietro, e il commesso di origini pakistane-burkaiche, sta traslocando a fatica una cassa di bottiglie. Io, intanto scivolo fuori dalla macchina, osservo prima il ghiacciaio sul cruscotto, noto il disegno creato dalle mie sapienti mani, simile a una casa colpita da una valanga, e caccio lo sguardo verso gli occhi del commesso. Se ne sta inerme al bancone nella vana attesa di ricevere un cliente che non arriverà mai. Lui mi fissa, io mi avvicino, vorrei forse entrare in quel negozio, magari solo per fargli sentire il fruscio dello spalancarsi di quella benedetta porta, vorrei prendere, comprare quella cassa di bottiglie e portala alla cassa per vederlo cambiare espressione, ma niente, preferisco, lasciarlo li al bancone, nel suo mondo, schiavo di quella sua espressione sempre più simile ad un asino inculato da un cactus messicano. In quel negozio non ho mai visto entrarci nessuno. Così, per non rovinare le tradizioni, attivo i passi e m’incammino lungo il marciapiede. La cosa peggiore, camminando per strada, sono sicuramente i piccoli negozi d’abbigliamento, quelli con dentro una persona sola (quelli con dentro un uomo in giacca e cravatta, magari di mezza età, sono sicuramente i peggiori, ma anche quelli con dentro una ragazza gobba non scherzano). I piccoli negozi di abbigliamento passano tutto l’anno aspettando il Natale perché basano tutta la loro attività sul Natale e sui giorni che precedono il Natale. E allora, se a uno capita di passare sotto Natale davanti a uno di questi negozi, e di vederlo vuoto, la faccia del negoziante che c’è dentro, uomo o donna che sia, è di sicuro una cosa che camminando per strada uno preferirebbe non vedere.

Poi si vedono in giro gli universitari. Ripensandoci, mi sono accorto che quando ho iniziato (iniziato?) l’università io in realtà la stavo iniziando per il motivo di vedere se ce l’avrei potuta fare, per capire le mie possibilità, le mie capacità, le mie potenzialità; non ero ancora deciso su quello che avrei fatto e non avevo ancora deciso che cosa avrei fatto; mi sono preso quel periodo, la scorsa estate, e quella facoltà scelta a dire il vero un po’ a casaccio, solo per il motivo di fare delle prove, per fare una prova, per cercare di capire quale era il mio campo, chi ero, quali erano i miei limiti, cosa avrei potuto fare e come l’avrei potuto fare, per non rappresentare ancora una volta il fallimento in persona; quei mesi della scorsa estate erano questo; ancora quando quasi un anno e mezzo fa mi sono innamorato della Sifilide ero già in questa fase, di ricerca, diciamo così, e l’innamorarmi di lei ha subito inserito un’urgenza che non mi apparteneva, un’urgenza che non poteva appartenere alla fase di ricerca in cui a dire il vero inconsciamente mi trovavo; per questo con la Sifilide è stato un casino; perché a dire il vero a distanza ormai di oltre un anno posso ormai dire di essere per dir così negli stadi conclusivi di quella fase, e cioè so un po’ più chi sono e so un po’ più quali sono le mie potenzialità; so cioè molte delle cose che mi distinguono dagli altri e grazie a una più approfondita conoscenza delle mie origini posso anche dire, anche se in modo ancora approssimativo, dove posso arrivare in termini di energie e capacità, nel senso che so dove fallisco e i motivi per cui fallisco, e so perché io in certi ambiti fallisco mentre altri al contrario in quegli stessi ambiti non falliscono, mentre so dove è più difficile che io fallisca e in quali ambiti e date quali condizioni posso riuscire e non fallire; sono gli stadi conclusivi della mia fase di ricerca e non la conclusione vera e propria perché anche se so un po’ di più chi sono e quindi chi posso essere, non so ancora cosa voglio fare e a cosa voglio dedicarmi; per ora mi dedico ancora a una cosa per volta, così come le cose vengono, di volta in volta, ma ancora non ho scelto una cosa a cui dedicarmi una volta per tutte, per tutta la vita, per una carriera.

Tra novembre e dicembre, dello scorso anno, mi sono chiuso in casa. Per quasi un mese ho interagito solamente con gli oggetti della mia camera, qualche oggetto del salotto, il cesso. Un mese senza stare a contatto con le persone, interagendo unicamente con gli oggetti che ti circondano, ti fanno regredire ad uno stato bambinesco, scombussolano, quasi cancellandoli, gli equilibri ricercati per mesi, anni. Ormai ho imparato a conviverci con la mia malattia, non so quando inizia, ma sento gli sintomi della sua fine.

“Ogni malattia può essere definita malattia dell’anima” diceva Novalis.

Continuo la camminata. Vesto un berretto ad aureole alternate in un nero-grigio, i miei ciuffi grassi escono dal berretto come occhi timidi di bambini impauriti, le mani salde in tasca cercano una fiamma, mi fermo, e osservo le nuove partenze sulle epigrafi posizionate su di un muro diroccato. Osservo i volti, avranno un centinaio di anni messi assieme. Questi volti non li conosco, mai visti, ci sono tre vecchie e una ragazza di trent’anni. Leggo i testi laconici dedicati a loro, individui che, questo quello che penso, hanno magari camminato con me lungo questa stessa via piena di luci e esseri diciamo umani. Le due vecchie, una di 74 anni, l’altra di 86 anni saranno morte per vecchiaia penso. Una manco la prendo in considerazione. Ma la giovane. Cristo. Questa potrebbe essere deceduta per mille motivi. E chi se ne frega del motivo, se alla morte manca sempre un perché. Poco più in la scorgo i titoli di un giornale. “Trentenne fulminata mentre si faceva la doccia”. Aveva trent’anni, due figli, un marito e forse, immagino, un cane. Morale: dio sporco.

Sono uscito con l’intento di fare un po’ di commissioni. Era un mercoledì prima di Natale, era un mercoledì si. Vado a cambiare i regali di Natale. Prima da Cornofio, dove vado a cambiare i regali che mi ha fatto mia madre. Uno è un maglione di una bruttezza raccapricciante, color merda di vacca trentina (color merda di vacca trentina!), l’altro è un vabbè….quando ho ricevuto il regalo ricordo di aver detto Mhmmmmm, con l’espressione riservata allo sconforto impotente, ho aperto anche la scatola del maglione e, ormai preparato, non ho battuto ciglio alla vista di sto maglione con una specie di stampa sul davanti, per la precisione la stilizzazione di un timbro americano o qualcosa del genere attorniato dalla merda: a quanto pare un capo molto alla moda (mia madre infatti ha detto: moderno!): non ho battuto ciglio: ho richiuso la scatola e non ho detto niente. E niente, vado a cambiare sta roba, che è il minimo che possa fare, perché la cosa che andrebbe fatta è in realtà una riflessione approfondita sulla malattia mentale di mia madre che compra roba alla cazzo in culo (moderna!) senza avere nemmeno uno sputo di idea su ciò che indossa suo figlio che vede tutti i giorni. Ma lasciamo stare. Da Cornofio (Cornofio!) la gente va a cambiare la roba perché è troppo piccola o troppo grande. Io invece sostituisco un maglione color merda e un paio di pantaloni verdognoli con un paio di pantaloni neri e tre paia di boxer – non occorre dire che pantaloni neri e boxer sono roba che serve, e che sono anche l’unico tipo di vestiti che un posto come Cornofio (Cornofio!) può offrire a uno come me, al quale lo stile Cornofio (moderno!) fa cagare al massimo grado. La commessa mi guarda e mi fa: “Poverini, chi ti ha regalato queste cose. Non ci hanno azzeccato proprio per niente, eh?”. Io la guardo e dico: “Mia madre”.
Poi prendo i miei nuovi pantaloni e i miei nuovi boxer, e vado a comperare un paio di libri.

Solitamente in libreria sto come minimo un’ora. Devo prima assaporare i sapori della pelle delle pagine, assorbirne i sapori delle prime righe. È una cosa complicata da raccontare; devo stabilire dei preliminari con il libro da acquistare. E i preliminari sono quasi sempre fondamentali. Così dopo un’ora di contemplazione con un libro di Thomas Bernhard scelto tra una catasta di libri, mi ricordo di aver ordinato un libro per mia sorella: “La Locandiera” di Goldoni (qui un mio amico scoppierebbe dalle risate). Allora dovete sapere che uno dei librai del “Segno” di Pordenone, la migliore libreria disponibile nella mia solitaria città, libreria su cui io poserei il mio angelico culo per il resto della mia vita, è un emerito ritardato mentale.

“Sera, ciao” introduco la conversazione.

“Buonasera” fa lui con aria di uno con le mutande storte che si sta per cagare addosso.

“per caso è arrivato il libro che avevo ordinato?

“scusa, a quale nome?” mi risponde abbassando mestamente il volto verso il pc.

“Geoffski” con un accenno di sorriso stretto come lacci alle scarpe.

“un momento…controllo..”

“scusa puoi ripetermi, il tuo nome?”

Passano dieci minuti. Nel frattempo mi metto in disparte e osservo una ragazza bionda di una bellezza allucinante che si avvicina al libraio ritardato mentale e stabilisce un dialogo del tipo:

“salve” nervosa.

“buonasera”

“avevo ordinato dei libri per l’Università…” dice la ragazza bionda con occhi taglienti.

(io intanto mi piazzo affinché la ragazza mi possa notare, tipo manga giapponese)

“scusa, il tuo nome?” chiede il libraio con la faccia di uno che ha appena scoreggiato.

“Ercoliana”

“un momento, controllo”

Ora il quadro è questo: la ragazza spazientita attende i suoi libri, il libraio sta per cagarsi nelle mutante storte, io ormai sono in attesa da 20 minuti, con due novità: mi scappa da pisciare e mi sono innamorato di questa ragazza,Ercoliana.

Va bene, mi dico, posso resistere ancora, la pipì può attendere, la ragazza no. Adesso faccio un passo, le dico qualcosa. Allora mi giro un attimo, per pensare su cosa dirle. Intanto dietro di me sento il libraio scoreggione pronunciare un: “signorina, i suoi libri prima di metà gennaio non arriveranno, e…”.

(improvvisamente frenetica) “cosa?!?Io abito a Milano, quei libri mi servono subito!!! Come facciamo adesso? Ma si può? Si può?”

Si può.

Comunque, ieri sera in libreria ero preso da una noia mortale, avevo solo questo libro per le mani, mi rimaneva da leggere solo “Perturbamento”, e lo stavo leggendo, ma con una noia addosso accentuata dal fatto che siccome è un anno e più che non tocco una donna adesso per così dire la missione delle mie giornate è quella. E insomma ero in libreria che leggevo aspettando di ricevere il libro ordinato per mia sorella, quando entra in libreria questa ragazza e si mette a parlare con il libraio, ma io che sono una persona che delle volte cerca di mantenere dei comportamenti controllatissimi non ho neanche alzato la testa ho continuato a fare l’intellettuale che legge Senofonte, l’intellettuale che non si mette mica ad abbordare le ragazze per strada figuriamoci in libreria, con una ragazza spazientita, però pur continuando a leggere in breve l’entrata di questa ragazza l’ho notata un pò perché parlava milanese e un pò perché era tutta bianca. In breve con la coda dell’occhio ho visto entrare nella mia vita questa figura tutta bianca che parlava milanese con il libraio. Poi successivamente qualche occhiata gliel’ho tirata, dopo un pò, molto discretamente, come di uno che alza gli occhi dal libro per seguire i suoi pensieri da intellettuale che gli sono venuti leggendo un libro di Senofonte, e insomma con delle brevi occhiate ho visto che era una ragazza spaventosamente bella, con dei capelli biondo-rossi, un colore fantastico, sull’arancione chiaro, bergamotto, ed era tutta bianca perchè indossava una specie di poncho bianco di lana con delle frange che pendevano dall’orlo, e che le copriva tutto il busto fin sotto la vita. Davvero una visione, per uno come me che non tocca una donna da oltre un anno, per uno fra l’altro tutto vestito di nero non è neanche per il lutto è proprio che sono gli unici vestiti decenti che ho, davvero una visione mozzafiato. Doveva essere una modella: il viso e il fisico lo urlavano a gran voce, poi aveva l’i-pod, una grossa borsa comoda, jeans e scarpe molto alla moda, vans o roba così, un viso spaventosamente bello e candido, bianco, che con quei capelli liscissimi e non troppo lunghi faceva un effetto che davvero mi ha lasciato a bocca aperta. In pratica in libreria, oltre a lei e me, c’erano solo altre due persone, due ragazzetti, che stavano però nel settore “fantasia” , mentre io ero piazzato vicino al libraio nel settore “ordini” da solo e questa ragazza bianca è arrivata e si è posizionata non troppo lontano da me. E non so, sarà il fatto che ultimamente, visto  che non tocco una donna da oltre un anno e visto che in queste giornate questa è la mia missione, sarà che in un certo senso con la mia aria da cane bastonato tutto vestito di scuro come Ephram Brown di Everwood (serie televisiva prodotta da Greg Berlanti, già produttore di Dawson’s Creek) sarà che in un certo senso questa mia aria tenebrosa mi fa pensare di essere in qualche modo attraente, sarà che il libro che stavo leggendo se avessi potuto avrei anche volentieri fatto qualcos’altro, sarà  che il libraio ci aveva lasciati entrambi in attesa, ed era sera e l’atmosfera era molto tranquilla, e nella libreria eravamo solo in quattro e c’era un gran silenzio, sarà che questa ragazza si è fatta notare non solo perché entrando parlava milanese al telefono ma anche perchè era tutta bianca, sarà per tutti questi motivi messi assieme ma non lo so, so solo che ho iniziato ad agitarmi in un modo terribile, un’agitazione che non riuscivo più a star fermo, per non parlare poi dopo che ho alzato gli occhi per guardare bene questa ragazza, dopo aver visto che era spaventosamente bella, candida e, in effetti, molto giovane. Secondo me avrà avuto si e no vent’anni. Ma il fatto è che mi è sembrata agitata anche lei. Non so perché ma ho pensato che magari le piacevo. E dopo averlo pensato mi sono agitato ancora di più. Io mi sentivo immobilizzato. Il respiro era molto più affannoso di prima e avevo paura che si notasse. Avevo come la convinzione che la ragazza bianca si aspettasse che io facessi qualcosa, o solo desiderasse che io facessi qualcosa, come se pregasse Dio: «Fa che faccia qualcosa. Fa che faccia qualcosa. Fa che faccia qualcosa». Il tempo scorreva e cominciavano ad entrare nuove persone in libreria. Io mi sono sentito sempre più immobilizzato e mi sono limitato a fissare le pagine del libro pensando però sempre alla ragazza bianca con l’agitazione che mi rendeva incapace di intendere e di volere. E insomma poi ho pensato che è da un anno che non tocco una donna e ho pensato a come sono messo e ho pensato che sono davvero messo male e che sono ritornato come quando avevo quindici anni… Rialzo la testa, come un sopravissuto ad una esplosione nucleare, mentre la ragazza bianca se ne va sbattendo la porta, mi ritrovo davanti al libraio imbecille che si è chiaramente cagato addosso. Mi accenna un, “scusi mi può ripetere il suo nome?”. Con aria distrutta di uno che non è riuscito a trattenere o non sarebbe stato in grado di trattenere la ragazza bianca, con l’aria di uno che non riuscirà a trovare un cesso prima di pisciarsi addosso, rispondo per la seconda volta: ”Geoffski…mi chiamo GEOFFSKI!!!!!!”.

Postato da: GeoffAshRickly a 18:40 | link | |

mercoledì, 04 gennaio 2006

cancella lenta il depravato atto di pronunciarmi

perché sui tuoi denti ficchiamo silenzi di pietra e rinascita

a piacimento,

non c’è niente da fare,

uccidiamo sapori sulla tua striscia di piacere scaduto

sniffiamo i tuoi sogni comprati dalla tua sicurezza

io e i ritratti della vecchia frattura

tutti colpevoli stiamo statici

marciamo

osserviamo

incendiamo

come estasi all’incontro passionale

sui vertici di due orchidee   

poi come venti stagnanti su foglie

amanti di budella all’aria.

L’autista di un autobus

la lunghezza della notte

opale e corallino

vorrei essere

cazzo

la città chiama l’incendio,

 “ami?”

“per sempre, ora”

ci fermiamo alla preghiera delle pistole

rinasceremo dove i cieli cristallini

vengono gentilmente ospitati

e rinchiusi sui letti di ospedale.

Illusione opale e corallina

al secondo infinito atto

in questa stanza malata

danza tra le piume dei corvi

tra venti stagnanti su foglie flebili

ultima goccia di sangue in vita;

la tua bocca seduce con velluto la pioggia secca

di questa dimensione voltata

crolli minima, sottile, tagliuzzata, invisibile

e io mi fracasso la testa contro

un cofano di ambizioni mediocri

il desiderio di spezzare le mani che ti hanno toccata

il bisogno del danno

riemergente

pitturato ed intagliato morente

su queste prossime

tre parole:

 

picchia, picchia, picchia

(…lo schifo ci consola)

 

non te ne pentirai

il tuo orsachiotto pare sia in fiamme,con una mano sopita sugli occhi desolati attendiamo il diluvio per spegnerci su strade differenti.

Postato da: GeoffAshRickly a 05:27 | link | |

sabato, 31 dicembre 2005

- Ancora senza titolo -

Alzarsi e sospirare soffice,

senza afferrare il corso delle acque

cercando sui fondali i motivi persi;

Onestamente

mi manca la forza

o sono troppo stanco

o ad ogni modo arrivo sempre in ritardo

o ho fallito tutte le notti perfette

è il vaso precipitato dal davanzale con i suoi fiori marciti

è la tomba cui hai dimenticato di fare visita

o la ragazza di cui hai provato amore in silenzio

ma ora non fa più niente

è solo una chiacchiera nell’intervallo

per riempire un bicchiere vuoto

di soccombenti parole.

Sei tu ancora una volta

mentre altrove ti contrai

lontano da me

a farmi pensare

che

ci siamo troppo desiderati

per accorgersi che si siamo persi

e forse due giorni fa eri solo troppo stanca

per svegliarti

dopo un anno di occhi brillanti.

Fuori, i semafori dormono

e una “Hallelujah”

non è nella mia lingua

e vorrei trovare il coraggio

per uccidere questo

semplice orrore

ma il mio orgoglio sciolto

in rabbia

me lo impedisce.

L’inferno ce lo creiamo noi

d’accordo

portando se stessi in un posto

in cui non vogliamo andare

ma rende comodi

qui a bere

qui a fantasticare

qui a rimuginare

ma non fa niente

l’alba elettrizzata nei tuoi occhi è già passata

mentre il cadavere di un topo

stritolato sull’abitudine asfaltata

inizia ad assorbire il calore

invece di cedere il suo al mondo
come quando era vita.

Postato da: GeoffAshRickly a 18:17 | link | |

giovedì, 29 dicembre 2005

-Determinismo astrale -

Le sorgenti notturne dall’Egitto a Pordenone

si dileguano longitudinali

da cani carponi a uomini seviziati di genio,

avanzi di perpetua masturbazione razzista,

neuroni di Zanoidia nello sperma dittatoriale

ai margini del secondo volto della parola

in essa

sniffando il succo dalle labbra straniere ai passi di figa

aprendoti ancora in due l’aria viola su cui cammini

tatuandoti

in spine di corpi celesti inceneriti sui polpastrelli

come muscoli verso le ossa stagnanti

e sentirti gemere la costellazione orgasmica

per dirti,

sobbalzando nel movimento di un pugno

un volto ghignante  

mi stai sul cazzo da sempre,

calore

ricordo

tante pastiglie consacrate

mi stendono gommato sulle pareti

e palle degli occhi affrancate

sul tassametro antiorario

di parole di comodo tra le dita

mandate dall’Alaska di uno schermo lontano

come un foglio a pezzi sul letto sfatto

a mettere via l’intimità.

Quei frammenti li conservo

dentro le tasca stantie di una ragazza decapitata

- come attori cechi attendiamo  

l’unione dei piani -

pianifico l’essere prigioniero delle tue stigmate giornaliere

ancora, non te lo nascondo,

le prossime anamnesi saranno di polvere diversa

e non ci sarà più nessun argento nero allucinogeno

a togliere fedi dal petto solitario

dall’abisso sotterraneo della mezzanotte

sbagliata.

Postato da: GeoffAshRickly a 15:00 | link | |

sabato, 24 dicembre 2005

- Coda del raggio -

 

Incontro e abbandono

 

doni e distruzioni

 

Il sole raggomitola la sua fatica su seni smunti

Una biscia scintillante ricorda una data

Il gatto riposa.

 

L’immota curva del silenzio,

materia aliena

pelle nuda dell’oceano

verde ossidato da spari

abbandono di vene dell’inferno

avanti tutta

l’angoscia dell’uomo si licenzia

le dita tagliano l’atmosfera.

 

Pezzi nella bocca

un qualcosa di te

disincanto la stagione morta

con chitarre fulminate,

pianoforti fusi

orchestre giocattolo

occhi muti solo per me

 

Nel centro criminale della notte

la miseria nel buio

in distacco

ai tuoi pendii caliginosi.

 

                                              Fine della luce.

Postato da: GeoffAshRickly a 20:10 | link | |

martedì, 20 dicembre 2005

- Nessun reply -

 

In questa cosa che provo a buttare giù

incolpo

ancora una volta

la mia fragile angoscia fiorita

nelle braccia straniere

di una ragazza che gira per la sua camera da letto

in forme senza veli

e mi scrive “sei un libro da sfogliare”.

 

nessun reply da parte mia

non so allontanare un ciclo di sgomento reiterato

uno scorrimento di figure sfigurate

occasioni cacciate in aria

diari sgozzati

lungo una macchia di ventitré anni

che in questi momenti come questi

si riaffacciano

dalla sinistra del mio petto

al suono vuoto

della mia bocca inerme.

 

due settimane fa ti ho preso la mano senza nessuna aspettativa

mi hai cercato nelle fogne

mi sono ritrovato scaraventato

oscillante con scosse elettriche nelle ossa

pulsare vasi malsani di accoppiamento

(volevo forse scoparti?)

 

per non tradire le aspettative in me

ho indotto un gioco

cercando di capirmi

ho solo scorto

ancora una volta

la ragazza

il nome

l’idea

che ancora amo

senza aggiungere

altro.

 

In questo dicembre insopportabile per troppi versi

immerso in un destino senza segni di rivalutazione

immerso in  battaglie di routine col mio stesso sangue pompato dal centro del petto
ai genitali
alle caviglie
al cervello
che dicono dovrebbe essere la parte migliore
questo sangue che vedo come catrame sciolto
riempire i sentieri rossi che ho negli occhi
percorrere aree cave all'interno della mia carne
si infila nelle mie dita come un estraneo
come un nemico

come un dio che spunta salutando funereo il mondo
come un pene di un centenne
questo sangue
marcescenza liquida
amore dell’odio
incanto di un istante
acido da batteria

ho scritto questa cosa per te

con filamenti di grumi

sulle dita

perché in te ho paura di rivedere

e subire lei

con te,

in questi tuoi squilli

da perverso a perversa (come dici te)

l’inettitudine mia di idealizzare il presente

di dirti basta

è già finita

in un fazzoletto rosso di paura.

Postato da: GeoffAshRickly a 17:48 | link | |

 

Eccomi

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